La scuola pubblica

Angelo Bagnasco


1. Il nostro tempo vive sotto il segno della complessità. Non è possibile applicare schemi interpretativi semplici per spiegare una realtà sempre più articolata e plurale. Ma, d'altra parte, non è nemmeno possibile disperdere la lettura della realtà nei mille rivoli delle interpretazioni settoriali o delle posizioni soggettive: cadremmo in quel relativismo inconcludente e nichilista che il Santo Padre Benedetto XVI indica come uno dei pericoli maggiori della cultura contemporanea.
Il mondo della scuola è esempio emblematico di questa condizione. Fino a non molti anni fa, parlare di scuola significava parlare di una realtà relativamente semplice e lineare. Oggi, la stessa parola è insufficiente a descrivere un insieme molto più complesso. Alcune importanti riforme recenti impongono infatti di parlare della scuola come di un "sistema": la legge 62 del 2000 ha dato vita al "sistema nazionale di istruzione", che è costituito dalle scuole statali e da quelle paritarie; la legge 53 del 2003 ha ulteriormente ampliato gli orizzonti istituendo il "sistema educativo di istruzione e di formazione", che comprende al suo interno – con pari dignità – percorsi scolastici e percorsi di formazione professionale, entrambi uniti dalla comune intenzionalità educativa. E il concetto di sistema si rivela appropriato per rendere l'idea della "rete" di istituzioni scolastiche autonome che la legge 59 del 1997, e poi il regolamento del 1999, avevano già in precedenza introdotto. Insomma, nel breve volgere di pochi anni, è significativamente cambiato il nostro modo di guardare a ciò che poco prima chiamavamo semplicemente "scuola".
Il titolo del nostro convegno sembra andare in una direzione opposta: parla ancora di "scuola", la dichiara essere "una" e la qualifica con il solo attributo di "pubblica". Ma non si tratta di una impostazione sbagliata o anacronistica. È l'atteggiamento corretto per muoversi dentro l'arcipelago attuale dell'istruzione e formazione, della scuola statale e paritaria, di un sistema variamente stratificato per indirizzi e fasce d'età e che ormai si rivolge intenzionalmente anche al mondo adulto nella prospettiva di una formazione che dura tutta la vita.
Piuttosto che sottolineare ciò che distingue e separa i diversi rami di questa nuova organizzazione, è importante innanzitutto evidenziare ciò che ne unisce le diverse parti e le congiunge in una realtà unitaria. Ecco allora che emerge come dato unificante la finalità educativa di tutto il sistema. Se le parole hanno un significato, parlare di "sistema educativo" vuol dire pensare alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni costitutive, da quella intellettuale a quella affettiva, da quella fisica a quella spirituale. C'è dunque un'intenzionalità unitaria che tiene insieme il sistema, riconducendo ogni sua parte alla persona umana quale destinataria di tutta l'opera educativa.

2. Questa caratteristica del sistema di istruzione e di formazione si trova in particolare sintonia con l'obiettivo che i Vescovi italiani hanno indicato alla comunità ecclesiale nazionale per il decennio in corso, individuando proprio nell'educazione il tema pastorale sul quale condurre una approfondita riflessione e una verifica, nonché una più decisa e marcata operatività. Questa scelta ci consente di poter dire una parola meditata sul mondo dell'educazione in generale e di quella scolastica in particolare. La Chiesa ha una secolare esperienza di educazione scolastica con la tradizione delle scuole cattoliche che rappresentano ancora oggi un patrimonio prezioso di impegno educativo e di servizio sociale. Ma la riflessione che stiamo conducendo sulla tematica educativa si allarga a tutto il mondo della scuola e della formazione, ugualmente interessato – al di là delle distinzioni gestionali – dalle medesime problematiche.
È stato il Santo Padre Benedetto XVI a richiamare con forza l'attenzione di tutti su quella che lui stesso ha chiamato «emergenza educativa», le cui radici ha individuato in «una crisi di fiducia nella vita» (Lettera alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell'educazione, 2112008). Questa emergenza non è una malattia delle giovani generazioni, come se queste fossero oggi meno preparate o più negligenti rispetto ad una volta. Il problema riguarda innanzitutto e soprattutto gli adulti, gli educatori più che i destinatari dell'azione educativa. Il loro problema è aver perso la speranza, perché – come ha affermato il Papa – «anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile» (Ibidem), quella che trova in Cristo la sua sorgente.
Forti di questi riferimenti, i Vescovi hanno perciò proposto a tutta la Chiesa italiana un percorso di approfondimento e di rilancio della responsabilità educativa, un percorso che si rivolge immediatamente alla comunità ecclesiale, ma che propone spunti di riflessione importanti per tutta la comunità civile, per ogni uomo o donna di questo Paese, a cominciare dai genitori per arrivare a coloro che professionalmente si dedicano nella scuola all'opera educativa.
La proposta di riflessione sulla natura dell'educazione si nutre, come è ovvio, di una tradizione che affonda le sue radici nell'esperienza plurimillenaria della Chiesa. Come ho scritto nel presentare gli Orientamenti della Conferenza episcopale per il decennio, l'educazione è «una dimensione costitutiva e permanente della nostra missione di rendere Dio presente in questo mondo e di far sì che ogni uomo possa incontrarlo, scoprendo la forza trasformante del suo amore e della sua verità, in una vita nuova caratterizzata da tutto ciò che è bello, buono e vero».
Il programma di un impegno realmente educativo può essere sintetizzato dalle parole con cui il documento dei Vescovi commenta il noto detto di Tertulliano «Cristiani si diventa, non si nasce», facendone derivare la dimensione propriamente educativa di tutta la vita cristiana: «Educare richiede un impegno nel tempo, che non può ridursi a interventi puramente funzionali e frammentari; esige un rapporto personale di fedeltà tra soggetti attivi, che sono protagonisti della relazione educativa, prendono posizione e mettono in gioco la propria libertà. Essa si forma, cresce e matura solo nell'incontro con un'altra libertà; si verifica solo nelle relazioni personali e trova il suo fine adeguato nella loro maturazione» (Educare alla vita buona del Vangelo, 26). A questa definizione, in sé già completa, mi permetto di aggiungere alcune sottolineature.
Dal punto di vista ontologico, i vescovi ricordano anche che «la relazione educativa s'innesta nell'atto generativo e nell'esperienza di essere figli» (ib.27). Contro il delirio di onnipotenza che può indurci a credere di essere autosufficienti, dobbiamo riscoprire la nostra dipendenza: dall'altro e dall'Alto. Dal punto di vista pedagogico, la proposta educativa della comunità cristiana «è promuovere lo sviluppo della persona nella sua totalità, in quanto soggetto in relazione» (ib.15). Al centro dell'azione educativa deve esserci la persona, accolta ed amata nella sua integralità in quanto immagine del Creatore.
Dal punto di vista etico non si può dimenticare che «nell'educazione, la libertà è il presupposto indispensabile per la crescita della persona» (ib.8). Ciò vuol dire ispirare l'azione educativa al rispetto di una libertà che è già data ma anche allo sviluppo di una libertà che deve crescere.
Dal punto di vista metodologico la raccomandazione è una sola: «chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità» (ib.5). Il comandamento dell'amore costituisce la modalità relazionale propria di ogni vero educatore, che voglia mettersi a sua volta alla scuola di Gesù, unico e vero «Maestro buono» (Mc 10,17).
Pertanto, la scuola è una perché, anche se in vari modi, ha il fine di educare, cioè di prendersi cura dei piccoli e di tutti coloro che ad essa si affidano per il proprio percorso di maturazione. Insomma, ciò che abbiamo sempre chiamato scuola è oggi una realtà complessa, ma in tutte le sue articolazioni condivide un'unica finalità educativa.

3. La natura della scuola, però, rimane oggi plurale. La riforma ordinamentale ha semplificato un sistema che aveva forse bisogno di rimettere a fuoco la logica unitaria. Oggi l'architettura di questo sistema consente ad ognuno di trovarvi il proprio spazio. I bambini più piccoli entrano nel sistema con la scuola dell'infanzia e percorrono tutte le tappe della loro formazione nei successivi cicli scolastici, la cui frequenza si è ormai prolungata, per obbligo di legge, fino al raggiungimento della maggiore età: non con percorsi uniformi per tutti ma con alternative di equivalente valore formativo da scegliere nel campo della tradizionale istruzione liceale, di quella tecnica e professionale o dei nuovi percorsi di istruzione e formazione professionale che possono utilmente preparare al mondo del lavoro senza trascurare la formazione umana e culturale.
Ciò che conta, nella varietà delle opzioni scolastiche e formative, non è tanto la corretta articolazione del sistema o la quantità di opportunità offerte. Conta soprattutto l'intenzionalità educativa e la capacità di far crescere le nuove generazioni con un occhio alla formazione umana e un occhio al mercato del lavoro, per non perdere mai di vista l'obiettivo generale che è solo il bene della persona. E la crescita della persona può avvenire solo all'interno di una relazione educativa in cui il contatto umano sia continuo, significativo e profondo. La recente e rapida diffusione delle nuove tecnologie può essere di grande aiuto nell'opera educativa, ma non può sostituirsi alla vicinanza personale che pone fisicamente l'adulto educatore al fianco del bambino, del ragazzo e del giovane nel suo percorso di maturazione. I nuovi strumenti di comunicazione sono utilissimi e necessari, ma devono rimanere mezzi e non essere scambiati per fini. L'unica finalità è l'educazione della persona e ad essa è destinato anche il contributo offerto dalle nuove tecnologie.

4. Purtroppo, come abbiamo scritto negli Orientamenti pastorali per questo decennio, «la forte domanda di conoscenze e di capacità professionali e i rapidi cambiamenti economici e produttivi inducono spesso a promuovere un sistema efficiente più nel dare istruzioni sul "come fare" che sul senso della vita e sul "chi essere". Di conseguenza anche il docente tende ad essere considerato non tanto un maestro di cultura e di vita, quanto un trasmettitore di nozioni e di competenze e un facilitatore dell'apprendimento; tutt'al più, un divulgatore di comportamenti socialmente accettabili» (Educare alla vita buona del Vangelo, 46).
Occorre uscire da questa concezione riduttiva e rilanciare il ruolo assolutamente fondamentale degli insegnanti nell'assicurare la qualità del processo formativo. Anche il docente è "strumento" per il fine della crescita dei suoi allievi, ma strumento del tutto particolare in quanto elemento di quella relazione umana che è indispensabile fattore costitutivo della comunità educativa che, fedeli all'insegnamento del Concilio, intendiamo promuovere nelle nostre scuole cattoliche e che ci piacerebbe vedere realizzata in ogni scuola.
Hanno scritto i padri conciliari nella Dichiarazione Gravissimum educationis che l'elemento distintivo di una scuola cattolica «è di dar vita ad un ambiente comunitario scolastico permeato del lo spirito evangelico di libertà e carità» (n. 8). I valori sono chiaramente indicati (libertà e carità), ma interessa qui richiamare l'attenzione sulla dimensione comunitaria della scuola cattolica, che vuol dire impegnarsi a costruire relazioni solide e profonde tra tutti i componenti della comunità: insegnanti ed alunni in primo luogo, ma anche genitori, dirigenti, personale non docente e rappresentanti del territorio e della comunità ecclesiale. La scuola cattolica ritiene di avere un modello da proporre a tutte le scuole, perché l'efficacia pedagogica di una relazione educativa vissuta in un ambiente comunitario è la migliore garanzia di un percorso compiuto nel rispetto dei ritmi di crescita degli alunni e delle scelte della famiglia. La scuola cattolica (e si vorrebbe che fosse così per ogni scuola) è consapevole dell'enorme responsabilità che assume di fronte ai genitori che le affidano con fiducia i propri figli: essi la scelgono per proseguire il progetto educativo cristiano iniziato in famiglia e la scuola vuole essere quanto più possibile un ambiente "familiare", dunque comunitario, aperto e affettivamente significativo.

5. Gli insegnanti, pertanto, hanno in tale contesto un ruolo fondamentale. Essi possono guardare ai tanti educatori cristiani di cui è ricca la storia della Chiesa e che costituiscono un modello per tutti coloro che scelgono di dedicarsi a questo compito impegnativo ed entusiasmante. Abbiamo ancora scritto in proposito negli Orientamenti pastorali: «Nell'opera dei grandi testimoni dell'educazione cristiana, secondo la genialità e la creatività di ciascuno, troviamo i tratti fondamentali dell'azione educativa: l'autorevolezza dell'educatore, la centralità della relazione personale, l'educazione come atto di amore, una visione di fede che dà fondamento e orizzonte alla ricerca di senso dei giovani, la formazione integrale della persona, la corresponsabilità per la costruzione del bene comune» (ib.34). In questo programma riteniamo che tutti gli educatori di buona volontà possano trovare suggerimenti e punti di riferimento decisivi.
Tra i docenti, un pensiero particolare deve andare agli insegnanti di religione cattolica che, nelle scuole cattoliche come in quelle statali, rappresentano quella forma di servizio peculiare che la comunità cristiana offre a tutto il mondo della scuola, permettendo ad ogni alunno – secondo le modalità tipiche dell'istituzione scolastica – di affrontare le sue domande di senso e di confrontarsi con le risposte contenute nella Bibbia e nella tradizione cristiana cattolica.

6. A questo punto non rimane che esaminare l'ultimo spunto offerto dal tema di questo convegno quando qualifica la scuola come essenzialmente "pubblica". Intorno a questo aggettivo si concentrano numerosi malintesi, non sempre disinteressati, soprattutto quando si vuol far passare il concetto di pubblico come sinonimo di statale, quasi che solo lo Stato possa assicurare un servizio di interesse collettivo. È invece evidente che la scuola è pubblica per sua intrinseca natura, in quanto – a prescindere dalla natura del suo gestore – assicura un servizio che torna a beneficio di tutti.
Va inoltre ricordato che tutto il settore dell'istruzione e formazione professionale è di competenza regionale, soggetto pubblico non direttamente statale, ed offre percorsi che oggi risultano particolarmente efficaci per l'inserimento nel mondo del lavoro. Recenti ricerche ci dicono che a tre mesi dal conseguimento della qualifica la metà dei giovani hanno già un lavoro; e dopo tre anni tale percentuale sale a quasi il 60%. In una fase di crisi come quella attuale sono risultati di enorme rilevanza. Invece, pregiudizi di antica data tendono a concepire questo settore come destinato prevalentemente al recupero dell'insuccesso scolastico, ma basta guardare ai risultati ottenuti dalle regioni che hanno saputo investire in questo campo per rendersi conto del fondamentale servizio sociale (quindi pubblico) che gli enti di formazione professionale, tra i quali molti sono ancora una volta di ispirazione cristiana, rendono alle giovani generazioni e all'intero Paese.
Il confronto, perciò, non deve essere condotto tra scuole pubbliche e scuole private, ma tra scuole statali e scuole non statali, entrambe titolari di un servizio pubblico, in attuazione di quel principio di sussidiarietà che ormai compare anche nel testo della Costituzione italiana. D'altra parte, storicamente la scuola nasce come iniziativa di quelle comunità – religiose, civiche, familiari – che hanno a cuore l'educazione dei giovani e ritengono di avere un metodo efficace per raggiungere questo obiettivo. Lo Stato arriverà dopo, quando "sussidiariamente" si affiancherà alla libera iniziativa di chi aveva promosso le scuole fino a sostituirglisi di fatto in buona misura. Spesso, proprio guardando alla storia della scuola, questa operazione è stata condotta, a volte, con spirito più o meno palesemente alternativo, cioè con l'intento di sostituire un progetto educativo ad un altro. Oggi non è più il tempo di battaglie ideologiche e si può contare su un più sereno e disteso spirito di laicità che non deve opporsi pregiudizialmente alle manifestazioni della religione ma deve mettersi al servizio della libera espressione della libertà religiosa, ormai divenuta un principio sul quale laici e cattolici si devono trovare facilmente d'accordo.
Come la scuola cattolica non si oppone a quella statale, ma si pone al servizio delle scelte dei genitori per assicurare loro la ricercata continuità educativa tra educazione familiare e istruzione scolastica, così la scuola statale non è portatrice di un credo particolare da contrapporre a quello cattolico. Ogni tipo di scuola, a prescindere dal suo gestore, è al servizio delle nuove generazioni e, come abbiamo scritto negli Orientamenti pastorali per questo decennio, «il carattere pubblico non ne pregiudica l'apertura alla trascendenza e non impone una neutralità rispetto a quei valori morali che sono alla base di ogni autentica formazione della persona e della realizzazione del bene comune» (ib.46). I cattolici, come tutti i cittadini di qualunque credo religioso o appartenenza culturale, devono poter trovare nella scuola di tutti lo spazio per i valori fondamentali della persona. In quanto pubblica, alla scuola si può chiedere l'imparzialità nel trattare questi valori ma non la neutralità ovvero l'indifferenza, che di fatto è una netta presa di posizione nei loro confronti.
Non esiste una scuola neutra dal punto di vista antropologico e valoriale, semplicemente perché non sarebbe in grado di educare nessuno, così come una sera pubblica neutrale dal punto di vista etico e impensabile impraticabile. Ciò si può comprendere considerando i due presupposti fondamentali della tesi della neutralità etica: l'autonomia e l'uguaglianza pensate secondo il paradigma della giustizia "politica e non metafisica" (Rawls).
Se, infatti, la persona è ritenuta non più un dato oggettivo, ontologicamente dato, ma un prodotto della cultura storica, allora come sarà possibile concepire il divenire nel senso di sviluppo personale e comunitario senza un riferimento vero, certo e accessibile razionalmente? In questo quadro, emergono, assoluti, i criteri dell'autonomia individuale e dell'uguaglianza di tutte le scelte, inevitabilmente considerate un valore per il soggetto che le compie. Ora, la missione della scuola, nelle sue molteplici forme, è di tipo non solo comunicativo ma anche educativo, ricordando le parole di San Tommaso: "Arte et ratione vivit genus humanum". L'umano si esprime e si nutre non solo di "arte" – cioè di razionalità tecnica a prescindere – ma anche di "ratio", cioè della razionalità propria del discorso etico. L'uomo, infatti, si accoglie come un dato di cui non può disporre – appartiene al genere umano – ma si sviluppa e cresce nell'esercizio della sua libertà secondo un telos, un fine. E' chiaro che ogni persona si prefigge degli scopi anche diversi, ma tutti presuppongono un fine comune che si pone come una direzione di marcia, un criterio di giudizio sugli altri fini e sulle singole scelte per raggiungerli: è la sua stessa natura umana. Essa è un dato ma non è statica, è dinamica, tende finalisticamente ad un suo perfezionamento. Fuori da questo orizzonte antropologico ed etico, la scuola si riduca ad acquisizione di conoscenze e di competenze, a tecne non anche a nous. Sul piano valoriale resta allora solo il processo di produzione delle norme, unico modo per giudicare se una società è giusta o no.

7. Ancora una parola su una diffusa e nefasta confusione. I cattolici sembrano essere i soli a difendere la scuola paritaria, come se tutte le scuole paritarie fossero cattoliche. Le cose stanno in maniera diversa: da un punto di vista quantitativo le scuole cattoliche o di ispirazione cristiana rappresentano solo i due terzi di tutte le scuole paritarie italiane (e tra le scuole secondarie superiori il rapporto si inverte e le scuole cattoliche scendono a un terzo del totale). Nel difendere le scuole paritarie, perciò, la Chiesa si trova a difendere non i propri interessi ma semplicemente la libertà di scelta educativa di tutti i cittadini.
Oggi stiamo vivendo una pesante crisi economica e sembra che solo i calcoli dei costi materiali siano in grado di determinare le decisioni più importanti, a livello nazionale ed internazionale. In campo educativo non si può ridurre tutto a un calcolo di costi e benefici, e la prima preoccupazione deve essere quella del bene e della formazione delle persone.
Anche dal punto di vista economico, comunque, e lo diciamo quasi per inciso è dimostrato che la presenza delle scuole paritarie si risolve in un cospicuo risparmio per lo Stato: si tratta di cinque miliardi e mezzo di euro l'anno. Purtroppo, almeno per quanto riguarda le scuole paritarie cattoliche, per le quali disponiamo di una documentazione precisa, la situazione è estremamente critica. Anche a causa dell'attuale congiuntura economica generale, le scuole cattoliche hanno costi sempre meno sostenibili per le famiglie, e la Chiesa non è in grado di assicurare a tutti – come vorrebbe – il proprio servizio educativo. Ma la scuola non è un lusso: è un diritto elementare della persona, che deve poter esercitare quella libertà, cioè capacità di scelta, che ne è fattore costitutivo.
Il Centro Studi per la Scuola Cattolica documenta da anni l'evoluzione del settore e ci offre dei dati per valutare le dimensioni del sistema e delle sue difficoltà. Il sistema scolastico nazionale si compone oggi di oltre 10.400 istituzioni scolastiche statali e di circa 9.400 scuole cattoliche (cui si possono aggiungere altre 5.000 scuole paritarie di altri gestori). I numeri non rendono ragione delle proporzioni, perché le scuole statali hanno dimensioni di gran lunga maggiori di quelle paritarie, per cui a fronte di 7.700.000 alunni di scuola statale si hanno 740.000 alunni di scuola cattolica (in proporzione, meno del 10%).
È stato anche dimostrato che, se ci fosse un sostegno economico, molte altre famiglie si orienterebbero sulla scuola paritaria. Quel sostegno economico si rivelerebbe per lo Stato un investimento, ma a noi sta a cuore soprattutto il fatto che quel sostegno renderebbe tante persone più libere di scegliere il percorso educativo dei propri figli. Purtroppo il sistema delle scuole cattoliche denuncia una crisi ancora più severa di quella che riguarda il mondo della scuola in genere: ogni anno si chiudono decine di scuole cattoliche. È vero che se ne aprono anche di nuove, ma in misura decisamente inferiore: per ogni nuova scuola cattolica che si apre, circa cinque se ne sono chiuse.
A soffrirne è soprattutto la libertà di scelta educativa delle famiglie, che a suo tempo il legislatore pose come principio guida per l'intero sistema educativo al momento dell'istituzione dell'autonomia scolastica (legge 59/97, art. 21, c. 9). Proprio la logica dell'autonomia, che lasciava immaginare un circolo virtuoso di concorrenza tra le stesse istituzioni scolastiche statali (e a maggior ragione tra quelle statali e quelle non statali), a quindici anni dal suo avvio tarda a dare i risultati sperati.
In conclusione, desidero ribadire l'attenzione con cui la comunità cristiana guarda all'intero sistema scolastico e formativo nazionale, statale e non statale, consapevole che qui si gioca il futuro del Paese ed è qui che occorre investire non solo in termini economici ma soprattutto in termini di risorse morali e valoriali.

Genova, sala Quadrivium, 11 maggio 2012

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