«Costruttori 

di un ponte umano» 

Papa Francesco in Polonia per la XXXI GMG 

Antonio Spadaro

Intorno alle 14,15 del 27 luglio 2016 l’airbus Alitalia, con a bordo Papa Francesco, il suo seguito e 77 giornalisti di 15 Paesi diversi, è decollato dall’aeroporto romano di Fiumicino in direzione di Cracovia.
Sin dall’inizio questo è apparso un viaggio ricco e complesso, che mette insieme almeno tre elementi forti: l’incontro con i giovani radunati a Cracovia per la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (GMG); il contatto diretto con la Polonia, grande nazione dell’Europa centroorientale e patria di san Giovanni Paolo II; la visita ai luoghi della tragedia di Auschwitz e Birckenau, ferita sempre aperta nel cuore dell’Europa.
Sullo sfondo di questo viaggio, c’erano, da una parte, le ombre del dolore e dello sgomento suscitato dall’attentato alla chiesa di Saint-Étienne-du- Rouvray il 26 luglio, nel quale aveva perso la vita p. Jacques Hamel, e ultimo di una serie di attentati terroristici di matrice jihadista; dall’altra, la permanente tragedia dei migranti in fuga dal Medio Oriente.
Nel volo verso Cracovia il Pontefice non ha voluto rinviare una sua parola su come stava vivendo il momento difficile, specialmente dopo la morte di p. Hamel. «Da tempo diciamo: “Il mondo è in guerra a pezzi”. Questa è guerra», ha detto il Papa, aggiungendo: «Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra». Davanti a tutto questo, «la gioventù sempre ci dice speranza.
Speriamo che i giovani ci dicano qualcosa che ci dia un po’ più di speranza, in questo momento».
Dunque il Papa si muoveva non solamente per dare un messaggio, ma anche per raccoglierne e accoglierne uno, che attendeva proprio dai giovani.

Il messaggio alla Polonia: il Wawel e Jasna Góra

Atterrato a Cracovia intorno alle 16,00, dopo la cerimonia di accoglienza all’aeroporto, il Papa si è trasferito al Wawel, complesso architettonico sulla riva sinistra della Vistola, dove sorgono il Castello Reale e la Cattedrale. Da qui i reali polacchi hanno governato il Paese per cinque secoli (1038-1596). Qui il Papa ha incontrato le autorità, la società civile e il Corpo diplomatico. Quindi, dopo la visita di cortesia al presidente della Repubblica, Andrzej Duda, si è recato in cattedrale per l’incontro con i vescovi. In questa giornata si è concentrato in maniera essenziale il messaggio alla Polonia.
Salutando le autorità civili, il Papa ha parlato del sogno di un «nuovo umanesimo europeo», che si costruisce avendo un «vivo senso della storia» e della memoria. L’augurio è stato che la Polonia «sappia, nelle mutate condizioni storiche, progredire nel suo cammino, fedele alle sue migliori tradizioni e ricolma di fiducia e di speranza, anche nei momenti difficili». Richiamando l’eredità di san Giovanni Paolo II, Francesco ha voluto distinguere due tipi di memoria: quella buona, che tende a lodare come nel Magnificat e che apre opportunità di futuro, e quella cattiva, che invece fa rimanere ossessivamente fissati sul male.
Puntando alle «sfide del momento», il Papa ha affermato che esse «richiedono il coraggio della verità e un costante impegno etico, affinché i processi decisionali e operativi come pure le relazioni umane siano sempre rispettosi della dignità della persona. Ogni attività ne è coinvolta: anche l’economia, il rapporto con l’ambiente e il modo stesso di gestire il complesso fenomeno migratorio». Su questo ultimo punto il Papa si è soffermato in particolare, aggiungendo che esso «richiede un supplemento di saggezza e di misericordia, per superare le paure e realizzare il maggior bene», richiamando «la disponibilità ad accogliere quanti fuggono dalle guerre e dalla fame; la solidarietà verso coloro che sono privati dei loro fondamentali diritti, tra i quali quello di professare in libertà e sicurezza la propria fede».
Per l’incontro con i vescovi polacchi il Papa non aveva preparato alcun discorso. Ha invece voluto rispondere, a lungo e con calma, ad alcune domande che gli sono state poste. Questo dialogo con i vescovi, aperto e a porte chiuse, è divenuto ormai tradizione. In questa occasione però il dialogo è stato trascritto e reso pubblico.
Al vescovo che chiedeva quali azioni pastorali porre per affrontare e combattere la cultura contemporanea ateo-liberale, il Papa ha risposto con una parola: «vicinanza» alla gente. «Senza vicinanza c’è soltanto parola senza carne. […] Concretezza. Vicinanza. Toccare».
La risposta non è nelle sofisticate analisi, ma nelle «opere di misericordia, sia corporali, sia spirituali»: «Vicinanza. Toccare. È la vita di Gesù... Quando Lui si è commosso, alle porte dalla città di Nain, si è commosso, è andato e ha toccato la bara dicendo: “Non piangere…”.
Vicinanza. E la vicinanza è toccare la carne sofferente di Cristo». E in questo senso è da intendere anche il suggerimento che il Papa ha dato rispondendo a un’altra domanda su come edificare la comunità della Chiesa in modo fruttuoso e fecondo. Francesco ha puntato sulla parrocchia, «casa del Popolo di Dio, quella in cui vive», affermando anche che «i movimenti non devono essere una alternativa alla parrocchia», ma devono aiutare a portarla avanti: «La parrocchia non si tocca: deve rimanere come un posto di creatività, di riferimento, di maternità e tutte queste cose», proprio perché è un luogo di vita, è parte del territorio e stabilisce vicinanza.
Al vescovo ausiliare di Koszalin-Kołobrzeg che gli aveva posto una domanda sui migranti, il Papa ha risposto che all’origine della migrazione c’è la corruzione. Certo, se non si può dare una risposta universale, perché l’accoglienza dipende dalla situazione di ogni Paese e anche dalla cultura, tuttavia «c’è tutta una riforma che si deve fare, a livello mondiale, su questo impegno, sull’accoglienza. Ma è comunque un aspetto relativo: assoluto è il cuore aperto ad accogliere».
A sera il Papa è tornato nella sua residenza stabilita presso l’Arcivescovado.
Da qui ha dialogato a distanza attraverso un sistema video con i giovani italiani radunati al Santuario Giovanni Paolo II. Quindi si è presentato alla finestra dalla quale si affacciava Karol Wojtyła quando era arcivescovo della città. Questo saluto serale ha accompagnato le giornate polacche di Papa Francesco.
Giovedì 28 luglio, dopo una sosta per visitare in ospedale il cardinale Macharski, arcivescovo emerito di Cracovia, e un’altra sosta al convento delle Suore della Presentazione per un incontro di carattere privato, il Papa si è trasferito a Częstochowa, per recarsi subito al Santuario di Jasna Góra, il più famoso della Polonia. Dal XIV secolo si venera al suo interno l’icona mariana della «Madonna nera», attribuita a san Luca ma di origine bizantina, portata nel 1382 dal principe Ladislao.
Qui 360 anni fa la Polonia si era affidata a Maria. Al Santuario era particolarmente legato Giovanni Paolo II, che in questo luogo, il 4 giugno 1979, aveva affidato il suo pontificato a Lei. Nel 1983 egli portò qui la fascia, bucata dalla pallottola, della talare che indossava il giorno dell’attentato in piazza San Pietro. Presso il Santuario il Papa ha celebrato la Messa in occasione del 1050° anniversario del «battesimo» della Polonia, alla quale hanno partecipato il Capo dello Stato e le più alte autorità del Paese. Dunque questa è stata un’altra tappa forte del messaggio del Papa alla nazione e alla Chiesa polacca. Erano presenti circa mezzo milione di persone. Esse hanno seguito la celebrazione anche grazie a maxischermi, che hanno permesso di vedere il Pontefice, poco visibile a causa dell’architettura dell’altare.
Nella sua omelia il Papa ha messo in evidenza il «filo divino» «che attraversa delicatamente la storia» umana, mostrando come la presenza di Dio, sin dalla sua Incarnazione, non passa da eventi di potenza, visibilità e grandezza: «Nessun ingresso trionfale, nessuna manifestazione imponente dell’Onnipotente: Egli non si mostra come un sole abbagliante, ma entra nel mondo nel modo più semplice, come un bimbo dalla mamma». Il Signore — è questo il messaggio di Francesco — non si impone né si manifesta con strumenti forti, ma è «vicino», «concreto» e «piccolo». «Predilige infatti farsi contenere in ciò che è piccolo, al contrario dell’uomo, che tende a voler possedere qualcosa di sempre più grande». Vi è in queste parole — ispirate da un celebre motto che definiva sant’Ignazio di Loyola e poi ricopiate dal poeta Hölderlin, tanto caro al Pontefice [1] — un’immagine di cristianesimo che frena ogni tentazione «identitaria» e che ben si esprime invece nel «desiderio di andare oltre i torti e le ferite del passato, e di creare comunione con tutti, senza mai cedere alla tentazione di isolarsi e di imporsi».

Il primo incontro con i giovani: BÅ‚onia

Nel pomeriggio del 28 luglio è avvenuto il primo incontro con i giovani presso il Parco Jordan, nella spianata di Błonia. Dopo aver ricevuto dal sindaco le chiavi della città, il Papa ha compiuto il tragitto dall’Arcivescovado al Parco in tram. È stato infatti approntato un «Tram del Papa», sul quale sono saliti anche vari giovani che hanno così accompagnato Francesco per un percorso di circa 800 metri.
Prima e durante l’arrivo del Papa, i giovani che attendevano hanno partecipato all’evento «Chiamati alla santità», che ha visto sfilare con bandiere ragazzi e ragazze dai vari continenti, accompagnati da icone di santi contemporanei che sono come simboli della santità delle varie regioni del Globo. Si sono succedute coreografie ispirate al folklore delle varie terre, con intrecci sonori e visivi tra danze polacche, tanghi argentini, danze tradizionali asiatiche e africane. L’animazione festosa dei giovani presenti nella spianata ha lasciato quindi la parola a Francesco. Le bandiere di tante nazioni sventolavano davanti al palco papale, dando l’impressione visiva di un’assemblea che costruisce naturalmente un mondo unito: popoli, culture e lingue insieme abbattono muri e naturalmente costruiscono ponti. Alle spalle del Papa una gigantesca immagine di Gesù misericordioso, ritratto secondo la visione di suor Faustina Kowalska, la santa polacca apostola della misericordia.
Come usa fare spesso con i giovani, il Papa ha interagito con loro chiedendo risposte, confermandoli nel loro desiderio di cambiamento e di impatto positivo sulla vita del mondo, con l’aiuto della grazia di Dio. «Alzare lo sguardo», «sognare alto»… sono espressioni usate dal Pontefice, ricevendo una grande risposta dai presenti. La motivazione positiva si è concentrata sulla capacità di misericordia che ha un cuore giovane: «Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame, un cuore misericordioso si apre per ricevere il profugo e il migrante. Dire misericordia insieme a voi, è dire opportunità, è dire domani, è dire impegno, è dire fiducia, è dire apertura, ospitalità, compassione, è dire sogni. Ma voi siete capaci di sognare?». E anche in questa occasione, come aveva già fatto in precedenza a partire dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Rio, il Papa ha chiesto ai giovani di volgere lo sguardo agli anziani «per imparare dalla loro saggezza». Sogno e saggezza vanno insieme.
Dopo cena il Papa si affacciato dalla finestra dell’Arcivescovado, indirizzando il suo saluto soprattutto alle giovani coppie e agli sposi novelli.

Il silenzio di Auschwitz, il dolore dei bambini, la «Via Crucis»

Il venerdì 29 luglio è stato dedicato al silenzio e alla meditazione sul dolore e al contatto con la sofferenza. Prima delle 9,30 il Papa è arrivato ad Auschwitz, luogo segnato dai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale, dove nel periodo 1940-45 sono state uccise più di 1 milione e 100.000 persone. Francesco in auto è arrivato nei pressi dell’arco d’ingresso, lì dove appare la scritta tristemente famosa Arbeit macht frei, «il lavoro rende liberi». Il Papa è entrato a piedi e da solo nel campo, passando sotto l’arco. I presenti non dimenticheranno l’immagine del Pontefice che attraversa in solitudine e senza parole questo ingresso. Quindi in vettura elettrica si è avviato al «Blocco 11», dove, davanti a un muro, i nazisti compivano le fucilazioni. Il Papa ha salutato dodici superstiti, tra i quali Helena Dunicsz di 101 anni, che era stata violinista dell’orchestra del Campo.
Poi si è diretto al muro, avendo in mano una candela accesa ricevuta da uno dei superstiti. Francesco è rimasto a lungo in preghiera silenziosa, toccando il muro con la mano e rimanendo con il capo chino, prima di accendere la lampada lasciata come dono.
Il suo gesto ha ricordato la sosta al muro di Betlemme. Quel gesto ha un valore terapeutico, come a voler toccare con gesto di guarigione una ferita aperta dalla cronaca o dalla storia. Quindi si è diretto alla cella del martirio di san Massimiliano Kolbe, nella zona in cui i detenuti, per punizione, venivano fatti morire di fame. Il Papa ha voluto visitare la cella in solitudine e lì è rimasto in preghiera.
Alla fine ha firmato sul libro d’onore un messaggio: «Signore, abbi pietà del tuo popolo! Signore, perdono per tanta crudeltà!».
Quindi è avvenuto il trasferimento a Birkenau, il campo che sorge a tre chilometri di distanza da Auschwitz. In questo luogo sorge la maggior parte degli impianti di sterminio, tra i quali i forni crematori e le camere a gas. Vi furono costruite anche 300 baracche di legno e mattoni, destinate ai detenuti mandati a lavorare.
Qui sorge il Monumento alle vittime delle Nazioni, inaugurato nel 1967. Davanti ad esso vi sono stele commemorative in 23 lingue. Il Papa, sempre in silenzio e da solo, è passato davanti a queste lapidi fermandosi davanti a ciascuna di esse. Poi ha deposto una candela accesa, e ha incontrato venticinque «giusti delle nazioni» che seppero opporsi all’iniquità della Shoah. Il rabbino capo di Polonia ha intonato il Salmo 130, che poi è stato tradotto in polacco da un sacerdote cattolico: «Dal profondo a te grido, o Signore…».
Il silenzio ha dominato la mattinata, dunque. Ad Auschwitz erano venuti anche i suoi predecessori. Giovanni Paolo II aveva celebrato una Messa il 27 giugno del 1979. Lui, figlio di una nazione che aveva visto sparire molti dei suoi figli inghiottiti nei Campi, non poteva non tornare da Papa in un luogo in cui si era recato molte volte.
I suoi passi erano stati seguiti da Benedetto XVI, che aveva parlato, non potendo tacere proprio perché figlio del popolo tedesco, ma che aveva così esordito il 28 maggio del 2006: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile, ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio, un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa».
Francesco adesso ha potuto vivere quel silenzio tanto atteso e desiderato. Rientrando dall’Armenia sul volo papale che il 26 giugno lo riportava a Roma, egli aveva già preannunciato che avrebbe voluto vivere ad Auschwitz lo stesso clima di silenzio che aveva vissuto presso il complesso del Memoriale di Tzitzernakaberd a Yerevan.
E così aveva fatto anche a Redipuglia, per commemorare il centenario della Grande Guerra. Commentando la scelta del Papa, il rabbino Abraham Skorka, suo amico da tempo, ha affermato che ad Auschwitz l’uomo ha messo a tacere la voce di Dio nella realtà umana attraverso gli orrori; adesso, «lì dove l’ignominia mise a tacere le voci dei giusti e quella di Dio, il Papa sceglie il silenzio per onorare sia le vittime sia il Creatore» [2]. Sul luogo del silenzio e dell’orrore è rimasta una lampada, che prosegue silenziosamente la preghiera del Papa.
Nel pomeriggio, intorno alle 16,30, Francesco ha fatto visita all’Ospedale pediatrico universitario di Prokocim, che cura ogni anno circa 30.000 bambini degenti e 200.000 in maniera ambulatoriale.
La visita è iniziata con il saluto del Primo ministro Beata Szydło, e quindi con quello del Papa. Francesco ha espresso i suoi sentimenti, legati ancora una volta alla necessità di essere «vicini»: «Vorrei poter stare un po’ vicino ad ogni bambino malato, accanto al suo letto, abbracciarli ad uno ad uno, ascoltare anche solo un momento ciascuno di voi e insieme fare silenzio di fronte alle domande per le quali non ci sono risposte immediate. E pregare». Dopo uno scambio di doni, ha salutato i bambini presenti nell’atrio dell’Ospedale uno per uno — erano circa cinquanta —, accarezzandoli, abbracciandoli, chinandosi spesso sulle carrozzine. Ha poi fatto visita in maniera privata ad alcune corsie del reparto di emergenza, accompagnato dal direttore. Infine si è recato nella Cappella dell’ospedale, dove è rimasto in preghiera silenziosa alcuni istanti.
Il corteo papale è ripartito per percorrere i 10 km che separano l’Ospedale dal campo di Błonia, dove Francesco si è recato per presiedere la Via Crucis con i giovani radunati per la GMG. Il Papa è arrivato intorno alle 18,00, ma i giovani erano radunati già dalle 15,00 per presentazioni, testimonianze, preghiere e canti. Ad ogni stazione la croce è stata portata da un diverso gruppo di giovani appartenenti a varie associazioni e movimenti provenienti dai vari Paesi. Le intense meditazioni sono state preparate dal vescovo ausiliare di Cracovia, mons. Grzegorz Ryś.
Il Papa ha pronunciato un discorso, che ha raccolto le domande implicite della giornata: «“Dov’è Dio?”. Dov’è Dio, se nel mondo c’è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati? Dov’è Dio, quando persone innocenti muoiono a causa della violenza, del terrorismo, delle guerre? Dov’è Dio, quando malattie spietate rompono legami di vita e di affetto? O quando i bambini vengono sfruttati, umiliati, e anch’essi soffrono a causa di gravi patologie? Dov’è Dio, di fronte all’inquietudine dei dubbiosi e degli afflitti nell’anima? Esistono domande per le quali non ci sono risposte umane. Possiamo solo guardare a Gesù, e domandare a Lui.
E la risposta di Gesù è questa: “Dio è in loro”, Gesù è in loro, soffre in loro, profondamente identificato con ciascuno. Egli è così unito ad essi, quasi da formare “un solo corpo”».
In particolare il Papa ha voluto menzionare «i nostri fratelli siriani, fuggiti dalla guerra». E quindi ha invitato i giovani a non «vivere la propria vita a “metà”», a «servire Cristo crocifisso in ogni persona emarginata, a toccare la sua carne benedetta in chi è escluso, ha fame, ha sete, è nudo, carcerato, ammalato, disoccupato, perseguitato, profugo, migrante. Lì troviamo il nostro Dio, lì tocchiamo il Signore». E ha concluso: «Come volete tornare questa sera alle vostre case, ai vostri luoghi di alloggio, alle vostre tende? Come volete tornare questa sera a incontrarvi con voi stessi? Il mondo ci guarda».
La sera, Francesco, affacciandosi alla finestra dell’Arcivescovado, ha salutato i giovani, ricordando la giornata vissuta e affermando che «la crudeltà non è finita ad Auschwitz, a Birkenau: anche oggi, oggi si tortura la gente». E ha chiesto: «Preghiamo per tutti i Gesù che oggi sono nel mondo: gli affamati, gli assetati, i dubbiosi, gli ammalati, quelli che sono soli, quelli che sentono il peso di tanti dubbi e tante colpe».

Dal Santuario della Misericordia al «Campus Misericordiae»

La mattina del 30 luglio è avvenuta la visita al Santuario della Divina Misericordia, retto dalla Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Misericordia, della quale faceva parte suor Faustina Kowalska (1905-38). Esso sorge nel quartiere di Łagiewniki, a sud di Cracovia, ed è noto in tutto il mondo per l’immagine di Gesù Misericordioso dipinto da Adolf Hyla.
Il Papa ha dapprima visitato la Cappella dove santa Faustina pregava e ha avuto le sue rivelazioni. Dopo essere stato accolto da circa 150 suore, il Papa ha sostato in preghiera davanti alla tomba di suor Faustina. Prima di uscire, ha scritto nel libro d’onore: «Misericordia voglio e non sacrifici». Quindi si è recato al grande Santuario.
Sul piazzale antistante ha salutato i giovani riuniti nel «prato delle confessioni» e quindi alcuni ammalati. Poi, attraversando la Porta Santa, è entrato in questo grande complesso, iniziato, a causa del grande afflusso di pellegrini, nel 1997 e completato nel 2002. Qui si è fermato a confessare alcuni giovani. Si è poi è trasferito nell’adiacente Santuario di san Giovanni Paolo II — completato nel 2015 —, dove ha celebrato la Messa votiva della Misericordia di Dio alla presenza di circa 2.000 tra sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose.
A loro, nella sua omelia, Francesco ha parlato del contrasto che appare nella scena della sera di Pasqua: i discepoli chiudono le porte per timore, mentre Gesù li invia in missione e vuole dunque che aprano le porte per uscire. E l’invito a uscire diventa appello: «Si potrebbe dire che il Vangelo, libro vivente della misericordia di Dio, che va letto e riletto continuamente, ha ancora delle pagine bianche in fondo: rimane un libro aperto, che siamo chiamati a scrivere con lo stesso stile, compiendo cioè opere di misericordia. Vi domando, cari fratelli e sorelle: le pagine del libro di ciascuno di voi, come sono? Sono scritte ogni giorno? Sono scritte un po’ sì e un po’ no? Sono in bianco?».
Dopo la Messa, il Papa è tornato in Arcivescovado, dove ha pranzato con 12 giovani di varie nazionalità e rimanendo in conversazione con loro per circa un’ora e mezza.
Nel pomeriggio il Papa ha incontrato, intorno alle 17,00 in Arcivescovado, un gruppo di 28 gesuiti polacchi, molti dei quali giovani.
L’incontro — come sempre in questi casi — ha avuto un tono molto rilassato e familiare. Francesco ha avviato una conversazione rispondendo ad alcune domande sulla sua vocazione, sull’apostolato con i giovani, sull’impegno nelle Università e sull’importanza della formazione del clero al discernimento [3]. Quindi il Papa ha fatto visita alla comunità dei frati minori conventuali, che si trova proprio davanti all’Arcivescovado.
Francesco si è mosso intorno alle 18,30 verso il Campus Misericordiae, distante circa 12 km. Qui ha girato a lungo in papamobile, sulla quale aveva fatto salire alcuni ragazzi, attraverso il campo che conteneva circa 2 milioni di giovani. Dopo aver attraversato l’area, il Papa è passato per la Porta Santa, costruita dentro il Campus a circa 250 metri dal palco, insieme a cinque giovani. Salito sul palco, ha dato avvio a una veglia di preghiera, che ha avuto per tema «Gesù, sorgente di misericordia». Essa è stata strutturata in cinque tappe: la fede ai dubbiosi, la speranza agli scoraggiati, l’amore agli indifferenti, il perdono a chi ha fatto del male, la gioia alle persone tristi. Ogni tappa è stata accompagnata da testimonianze.
Il Papa ha ascoltato le voci dei giovani e le loro esperienze e ha tenuto un discorso, rispondendo alle loro sollecitazioni. Ha invitato i giovani a considerare questo: «Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, Paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti, o addirittura sono in guerra». Ma grazie a questo incontro mondiale, alle testimonianze ascoltate e alle amicizie vissute, i giovani sono diventati «consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, per noi non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza». Ancora una volta il Papa ha usato la parola «vicinanza», che è stata una delle parole chiave del suo 15° viaggio apostolico.
Questa necessità di vicinanza, come è stato notato da molti, ha plasmato anche il metodo pastorale ed espositivo del Papa, davvero suo proprio, che è caratterizzato sia da una interattività con i giovani fatta di domande e risposte, sia dal partire dall’esperienza di vita — individuale o sociale — per approfondire le verità di fede.
Il Papa ha anche chiesto un momento di silenzio, invitando tutti a fare una cosa precisa: «Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore. E per questo, per essere in famiglia, in fratellanza, tutti insieme, vi invito ad alzarvi, a prendervi per mano e a pregare in silenzio. Tutti». E così in pochi istanti i circa 2 milioni di giovani hanno costruito nel Campus Misericordiae un grande ponte che univa tutti. E nel completo silenzio, che ha accompagnato quest’altro importante momento del viaggio di Francesco.
Il Pontefice ha quindi toccato il cuore dei giovani, battendo sul tasto della paura che mina molte vite in radice: «Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati.
Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza».
La felicità, ha proseguito, non è un divano: «Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano». E da qui l’invito a cambiare il divano per un paio di scarpe utili per «andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali». Da notare, in tutti gli incontri del Papa con i giovani, il suo tono che, anziché far appello a divieti, è sempre stato molto propositivo e incoraggiante. Francesco ha concluso questo discorso serale, che ha infiammato gli animi dei giovani che lo ascoltavano, dicendo: «Il Signore benedica i vostri sogni». La veglia è proseguita con un’adorazione eucaristica, vissuta dai giovani nel più totale silenzio e alla luce di tante candele accese, che hanno illuminato, col sopraggiungere dell’oscurità, tutto il campo a perdita d’occhio.
La domenica mattina, intorno alle 8,30, il Papa ha raggiunto nuovamente il Campus per la benedizione di due edifici destinati all’accoglienza di poveri e di anziani in difficoltà. Quindi ha iniziato il giro in papamobile tra i giovani che avevano trascorso lì la notte, fino all’arrivo in sagrestia per la celebrazione della Messa finale per la GMG.
Commentando il Vangelo del giorno, Francesco ha parlato dell’incontro tra Gesù e Zaccheo. In particolare ha fatto notare gli ostacoli di Zaccheo: era di bassa statura; si vergognava di salire sull’albero, lui personaggio ben noto; vi era una folla mormorante pronta a criticarlo. Ma noi non dobbiamo «correre il rischio di stare a distanza da Gesù perché non ci sentiamo all’altezza». Non si può «vivere scontenti e pensare in negativo», perché Dio «ci ama così come siamo, e nessun peccato, difetto o sbaglio gli farà cambiare idea».
Non si deve neanche rimanere vittime della vergogna. Per Zaccheo, «l’attrattiva di Gesù era più forte», e così lui si è messo in gioco.
Infine Zaccheo, ha vinto anche l’ostacolo che aveva attorno a sé: la mormorazione. «Potranno giudicarvi dei sognatori — ha detto il Papa —, perché credete in una nuova umanità, che non accetta l’odio tra i popoli, non vede i confini dei Paesi come delle barriere e custodisce le proprie tradizioni senza egoismi e risentimenti». Usando alcune metafore ben note ai giovani, ha aggiunto: «Installate bene la connessione più stabile, quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi». E ancora ha invitato a far diventare il Vangelo il «navigatore sulle strade della vita». Infine ha ricordato che la memoria di Dio «non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati, ma un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male».
Alla fine della Messa, dopo aver ricevuto il saluto del cardinale Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, il Papa ha consegnato una lampada, segno della luce di Cristo, ad alcuni giovani dei vari continenti e ha annunciato la sede della prossima GMG del 2019: Panama. Quindi, ha fatto ritorno in Arcivescovado, da dove si è affacciato un’ultima volta per una benedizione finale.
Nel pomeriggio il Papa si è traferito al Tauron Arena, un palazzetto dello sport, dove si sono raccolti gli oltre 20.000 volontari della GMG.
Francesco ha voluto salutarli con un discorso spontaneo, mettendo da parte il discorso preparato. Così ha suscitato l’entusiasmo dei giovani, che gli hanno anche chiesto a gran voce di parlare spagnolo. Ha raccomandato loro tre cose, anche in previsione della prossima GMG: memoria, speranza e coraggio. Ha molto insistito sul tema della memoria, battendo su un tasto a lui molto caro e sul quale torna spesso: l’alleanza tra giovani e anziani. E così ha detto ai volontari: «Soprattutto parla con i nonni. È chiaro? In modo tale che, se voi volete essere speranza del futuro, dovete ricevere la fiaccola da tuo nonno e da tua nonna. Mi promettete che per preparare Panama parlerete di più con i nonni?» Dopo aver percorso i 20 km che separano l’Arena dall’aeroporto, sotto una pioggia battente è avvenuta una breve cerimonia di congedo presso l’hangar presidenziale. Intorno alle 19,00 l’aereo della compagnia di bandiera polacca Lot si è levato in volo, riportando il Pontefice a Roma intorno alle 21,00.

«Oggi si sta giocando nel mondo una partita»

La GMG dell’Anno Santo della Misericordia si è rivelata anche una grande occasione di incontro con un Paese che ha vissuto un fortissimo rapporto con il suo predecessore san Giovanni Paolo II, figlio di quella terra. L’impressione è stata quella di sincera cordialità tra il Papa e le autorità civili e religiose del Paese. Facendo riferimento al suo santo predecessore, Francesco ha saputo proiettare il nucleo del suo messaggio su uno scenario nuovo, differente, quello dei nostri giorni. In una intervista, Lech Wałęsa ha dichiarato: «Karol Wojtyła ha potuto chiudere l’epoca del comunismo. Senza la sua parola non avremmo avuto parole, noi, per cambiare. E avremmo perso. Giovanni Paolo II fu il Pontefice giusto per quegli anni». E ha aggiunto: «Oggi è cambiato tutto. Non pensiamo più ai Paesi presi singolarmente, ma l’orizzonte è quello dell’Unione Europea.
E i ritmi della globalizzazione sono diversi rispetto al mondo di prima.
Però abbiamo sempre bisogno di riunirci sotto la guida di Dio.
E Papa Francesco è il Papa perfetto per questo tempo» [4].
In effetti, la presenza del Papa in Polonia ha avuto un significato anche nel quadro geopolitico. Francesco ha messo piede per la prima volta nell’Europa centro-orientale, luogo di recenti tensioni nazionalistiche, che svolge un ruolo importante nella definizione di che cosa sia l’Europa. E la Polonia è la terra di un Pontefice santo, che ha svolto un ruolo decisivo per la costruzione di un «umanesimo europeo». Da qui è partito un messaggio chiaro di apertura alle sfide del futuro, di un cristianesimo fatto non di integralismo identitario ma di vicinanza, di una vita civile capace di accoglienza e solidarietà.
Francesco ha fatto della GMG un messaggio per tutti gli uomini del nostro tempo, costruendo un ponte umano, fisico, fatto dalle mani di 2 milioni di giovani provenienti da tutto il mondo, che si sono strette nel Campus Misericordiae: un’icona vivente per abbattere il muro di paura e di diffidenza che sta serpeggiando nelle nostre società e tra le nazioni di un’Europa vacillante. Alla ricerca di un’anima, il Papa non ha mai parlato di una relazione organica tra la Chiesa e le istituzioni, replicando un modello «carolingio» o comunque «costantiniano» di essere cristiani nella storia. Al contrario ha criticato pesantemente ogni forma di trionfalismo e di orgoglio identitario, per ribadire un modello umile e di servizio, che manifesta l’autentica identità cristiana. Ha spostato poi l’accento dalle glorie del passato alla memoria vivente degli anziani, che custodiscono la saggezza vera, quella del popolo, che deve guidare i sogni dei giovani. I quali devono sognare e non andare in pensione, imbambolati dalle comodità dei «divani» che vengono loro offerte come facili illusioni.
Il Papa è consapevole delle profonde sfide dell’oggi. Senz’anima, questa generazione sarà perdente. E il mondo non può permetterselo: «Oggi si sta giocando nel mondo una partita», ha detto. Per questo Francesco respinge con tutte le sue forze le ombre minacciose di una «guerra santa», ne respinge persino il lessico e la grammatica, con superiore coraggio davanti a chi agogna una Chiesa «a mano armata» o almeno pronta a costruire muri di difesa invalicabili.
Per Francesco l’unico filo spinato da considerare è quello che ha composto la corona di spine imposta al Signore. Ad Auschwitz arriva all’estremo, evitando di parlare di vittime e carnefici; esprime invece il suo sbigottimento con il silenzio orante, e a Dio si rivolge scrivendo: «Signore, abbi pietà del tuo popolo! Signore, perdono per tanta crudeltà!», come a non volersi sottrarre dal «popolo» che quella crudeltà ha commesso. Avrebbe potuto scrivere «abbi pietà di coloro che si sono macchiati di tanta crudeltà!», come a marcare un’ovvia distanza, ma non l’ha fatto.
Infine il Papa ha ripetuto senza stancarsi, come un ritornello, la parola «vicinanza», e così pure l’appello all’accoglienza. «Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima si gioca la nostra credibilità come cristiani, non nelle idee», ha detto con decisione nel suo discorso finale della Via Crucis a Błonia. Ed è questo il messaggio del Vangelo, «buona notizia», che la GMG e l’intero viaggio in Polonia di Francesco hanno voluto proclamare ancora una volta agli uomini di buona volontà: il sogno di un’umanità differente. Per questo ai giovani Francesco ha detto con chiarezza: «Il Signore benedica i vostri sogni».

NOTE

1. Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est («Non essere limitati dal più grande e tuttavia lasciarsi contenere dal più piccolo è cosa divina).
2. A. Skorka, «Il silenzio di Auschwitz», in Oss. Rom., 27 luglio 2016.
3. Il dialogo avvenuto durante questo incontro appare nelle prime pagine del presente fascicolo della rivista.
4. M. Ansaldo - J. Gebert, «Lech Walesa: “Wojtyla chiuse un’epoca, ora Bergoglio è perfetto per questo mondo nuovo”», in la Repubblica, 29 luglio 2016.

© La Civiltà Cattolica 2016 III 405-419 | 3989 (10 settembre 2016)

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