La settima,

corporale e spirituale

A voi giovani, che siete molto concreti,
vorrei proporre per i primi sette mesi del 2016
di scegliere un’opera di misericordia corporale e una spirituale
da mettere in pratica ogni mese
(papa Francesco)

SEPPELLIRE I MORTI

ALTAMURASAVERIOifuneralidiBuondelmonte
Altamura Saverio, I funerali di Buondelmonte (1860), GNAM Roma

Nella logica universale della misericordia

Un libro recente, tra i più acuti nel presentare la misericordia come «forma della Chiesa» (Cfr. S. Morra, Dio non si stanca. La misericordia come forma ecclesiale, EDB, Bologna 2015, in particolare il cap. «VII. La misericordia», alle pp. 105-109), lancia una sfida che vorrei raccogliere proprio qui: la sua autrice, infatti, si chiede se sia possibile applicare a ogni singola opera la logica della misericordia, che presenta in modo generale al centro del suo studio. Mi pare un modo alto di riconsiderare le pratiche come decisive per la comprensione teologica anche del morire, e così superare i limiti dell'impostazione suggerita da Rahner.
Vorrei quindi provare a leggere l'opera del seppellire i morti secondo questa bella prospettiva, che riassume i tratti della misericordia in sette caratteristiche fondamentali:

La misericordia ha il suo oggetto fuori di sé
L'orizzonte di questa opera del dare sepoltura è la relazione con un altro. È in una «uscita da sé» che appare lo spazio di questo compito, di questo agire. Non deve essere trascurata, in questo ambito, la tendenza attuale di un'autodeterminazione assoluta nella sepoltura. Seppellire gli altri significherebbe, in altri termini, ricordare che si è «seppelliti da altri». Mentre oggi è possibile che l'anziano possa vivere la tentazione di dispensare gli altri dal pensiero della propria sepoltura. La buona azione di non lasciare incombenze a chi sopravvive è il segno di una società che perde la evidenza dell'altro per il sé. Nel nascere e nel morire non possiamo essere autosufficienti, ma abbiamo bisogno della misericordia altrui.

È un bidirezionale perfetto
Nel seppellire si fa un'esperienza allo stesso tempo attiva e passiva. Tutto quello che facciamo ha a che fare con un altro, ma riguarda una con-
dizione che noi stessi condividiamo radicalmente con lui. Non è un immortale a dover dare sepoltura a un morto. Facciamo agli altri ciò di cui noi stessi avremo bisogno, presto o tardi. Questa bidirezionalità aiuta a condividere e a sperimentare la comunione radicale che ci accomuna. E lo fa sul livello primario di un'azione elementare.

La misericordia ha un carattere processuale interno
Seppellire i morti è un'opera che si determina in un complesso processo, in una «procedura» di gestione della visibilità di un uomo o di una donna, che passa alla invisibilità. Il soggetto è già morto, ma la sepoltura – al di là delle diverse tecniche di inumazione, di cremazione, di conservazione o di dispersione dei resti mortali – determina una sequenza delicata di tempi, di spazi e di parole che variano di volta in volta, che non sono mai identici a sé stessi.

Ha uno spiccato valore pratico
Essendo custodita da un'azione, la sepoltura determina un sapere pratico che non può essere totalmente tradotto in concetti o rappresentazioni. La «sapienza festiva» di un funerale non si lascia mai tradurre né nei suoi contenuti né nelle sue procedure, ma inizia e si compie sul piano di un tatto che sta all'inizio e alla fine del percorso esistenziale e cristiano. Il contatto che viene meno, in ogni morte, determina una percorso tattile e sensibile nel quale sono in gioco la comprensione prima e ultima di sé e dell'altro.
È una categoria inclusiva
L'atto del seppellire i morti non può essere universale senza farsi concreto in una determinata esistenza, in un tempo e uno spazio precisi, secondo le relazioni date e definite che scandiscono un'esperienza singolare, non ripetibile. Chi compie l'opera della sepoltura si prende cura di un misero defunto, ma nel farlo si ricorda di sé e della propria miseria mortale. Nel particolare afferma un universale, anzitutto a proposito di sé.

Non è propria di un'appartenenza
Il seppellire è atto che accomuna gli uomini prima ancora della loro fede, alla radice della loro umanità. Qualifica la forma comune del vivere, anche quando assume nelle singole tradizioni una necessaria coloritura specifica, correlata agli eventi di una Chiesa e di una religione. Ma la potenza della misericordia, pur attraversando tutte queste dimensioni, viene da più lontano e mira molto più lontano.

Nella misericordia azione ed emozione producono pensiero
Esercitare la misericordia della sepoltura non costituisce semplicemente l'adempimento di un dovere o di un'abitudine sociale. Nella sua delicata composizione di azione ed emozione, questa opera determina un «pensiero ecclesiale» più fine e più accurato. In questa, come nelle altre opere, una sintesi originaria tra azione ed emozione orienta il pensiero alla verità e ne offre il gusto e il senso più originario.

Epilogo

Il volto della misericordia ci parla anche nella morte. Nella morte altrui, di cui dobbiamo prenderci cura. Nella nostra morte, che, in quella cura per l'altro, ci si fa prossima, prende forma, acquisisce una lingua, diventa «sorella». In relazione alla morte diventiamo fratelli: fratelli in Cristo, morto e risorto. A questa fratellanza nel morire – che potrebbe essere sigillo di maledizione – la Parola fatta carne ha dato definitivamente un orientamento benedetto e misterioso. In Cristo la morte è stata vinta. Nel morire vediamo apparire una luce. In quella luce la fratellanza nella morte diventa figliolanza divina, comunione con tutti e con tutto. Pieno e totale compimento di sé in una dimenticanza piena e totale di sé nell'altro. In questo mistero di grazia e di libertà, nell'opera di misericordia del prenderci cura della morte altrui, nel congedarci definitivamente dalla sua fisica e storica presenza, apriamo lo sguardo sulla speranza comune, grazie alla fede comune, con semplici gesti di comune carità.

 

Un giorno, gli angeli della morte

Forse la pagina più alta che egli abbia scritto sul morire ci viene proposta dall'ultima lezione che tenne a Friburgo, a poco più di un mese dalla sua morte. Per parlare della propria morte egli non rinunciò al linguaggio mitologico, alle metafore, ai simboli e scrisse una delle pagine più belle che la teologia del Novecento abbia potuto offrire alla Chiesa e alla cultura. Ascoltiamolo dunque in questa toccante attestazione di sapienza:

Un giorno gli angeli della morte spazzeranno via dai meandri del nostro spirito tutti quei rifiuti inutili, che diciamo la nostra storia (anche se la vera essenza della libertà messa in atto rimarrà); un giorno tutte le stelle dei nostri ideali, con cui noi stessi avevamo arrogantemente drappeggiato il cielo della nostra esistenza, cesseranno di brillare e si spegneranno; un giorno la morte introdurrà un vuoto straordinariamente silente, e noi accoglieremo tale vuoto con fede, speranza e in silenzio come la nostra vera essenza; un giorno tutta la nostra vita precedente, per quanto lunga, ci apparirà come un'unica breve esplosione della nostra libertà, che ci sembrava estesa solo perché la vedevamo
come al rallentatore, un'esplosione in cui la domanda si è trasformata in risposta, la possibilità in realtà, il tempo in eternità, la libertà offerta in libertà tradotta in atto; un giorno scopriremo, terribilmente spaventati e ineffabilmente giubilanti, che questo vuoto enorme e silente, che noi sentiamo come morte, è in realtà riempito da quel mistero originario che diciamo Dio, dalla sua luce pura e dal suo amore che tutto ci toglie e tutto ci dona; un giorno da questo insondabile mistero vedremo emergere il volto di Gesù, il Benedetto, vedremo che esso ci guarda e che questa concretezza è il superamento divino di tutta la nostra vera accettazione dell'incomprensibilità del Dio senza forme: ecco, ecco, all'incirca come vorrei, non dico descrivere ciò che viene, ma perlomeno indicare balbettando come possiamo attenderlo, nel mentre sperimentiamo il tramonto stesso della morte come l'inizio di ciò che viene."
(K. Rahner, Esperienze di un teologo cattolico (1984), in A. Raffelt, H. Verweyen, Leggere Karl Rahner, Queriniana, Brescia 2004, pp. 179-180)


PREGARE DIO PER I VIVI E PER I MORTI

19thCenturyScuolainglese
Scuola inglese, Ritratto di giovane donna con la corona del Rosario (primi del '900)

Quest'ultima opera di misericordia spirituale potrebbe suscitare in noi sentimenti di sufficienza e persino di melanconica tristezza, soprattutto se non siamo abituati a pregare per gli altri o se lo facciamo solo in occasione di un lutto. Essa ci dà modo, perciò, di approfondire il senso e il valore della preghiera cristiana, così da estenderla a tutti i momenti della vita.
Partiamo dal significato di «pregare-per» o, meglio, dalla sua provenienza latina di «intercedere» che significa precisamente: «Fare un passo (incedere) tra (inter) tra due parti» per cercare di costruire un ponte tra una sponda e l'altra; da qui il suo riferimento all'interporsi tra due persone per metterle, nel suo significato positivo, in comunicazione tra loro. Comprendiamo, dunque, che si tratta di un'azione di collegamento, simile appunto a quella del «pontefice» (pontifex) che mette la sua vita al servizio della preghiera per gli altri. E il pensiero dovrebbe portarci subito alla persona di Mosè, che in piedi sul monte tende le sue braccia verso il cielo per impetrare da Dio la vittoria a favore del suo popolo che sta combattendo contro il nemico e, non resistendo alla fatica fisica della preghiera, viene fatto sedere e sostenuto nel continuare a stendere le braccia verso l'alto dal fratello Aronne e da Cur (cfr. Es 17,813). Questo episodio pittoresco ci mostra visivamente l'impegno e la forza della preghiera di intercessione, di questo «pregare Dio per» (ossia a favore altrui), come un lavoro che impegna tutta la nostra persona a servizio del bene dei fratelli: questa è appunto la preghiera cristiana, ossia uno stare davanti a Dio compromettendo tutta la nostra persona e la nostra vita così come ha fatto e continua a fare per noi Gesù, il sommo ed eterno Sacerdote, che sempre intercede per noi alla destra del Padre (cfr. Eb 7,25; 9,24; Rm 8,34).
Si tratta, perciò, di vivere la preghiera sacerdotale di Cristo, ricordando che per il Battesimo siamo divenuti sacerdoti che offrono la propria vita uniti a Cristo per la salvezza dei fratelli e, per questo, il gesto di pregare chiama a raccolta e coinvolge tutte le nostre forze e il nostro tempo, affinché la misericordia di Dio raggiunga tutta l'umanità di tutti i tempi e latitudini.
Pensiamo anche alla posizione di Gesù crocifisso con le braccia distese, assumendo attivamente in se stesso di fronte al Padre la responsabilità del popolo peccatore e ottenere a favore dei fratelli, a prezzo del sacrificio della sua vita, il favore della benevolenza e della misericordia divina. E qui penso quanto sia opportuno comprendere bene il senso profondo della morte in croce di Cristo... Dio ha voluto la morte del suo amatissimo Figlio per salvarci? Intercedere, allora, significa anche per noi essere disposti a morire? Queste domande ci inducono a riflettere sulla potenza misteriosa della croce di Cristo in cui si manifesta l'amore di Dio che si annienta, affinché i suoi amici abbiano la vita e non soffrano per le tragiche conseguenze del peccato che li porta alla solitudine, alla disperazione e alla morte...
Quale potenza d'amore si manifesta e si ottiene, dunque, quando celebriamo i sacramenti dell'Eucaristia e della Riconciliazione, permettendo a Gesù crocifisso e risorto di intercedere per noi e di attestarci la fedeltà dell'amore misericordioso del Padre che vuole consolarci, guarirci, salvarci!
Ogni volta che ci mettiamo a pregare per gli altri, vivi e defunti, richiamiamo la preghiera di intercessione di Gesù Cristo affinché tutte le persone che vorremmo aiutare siano raggiunte dalla stessa forza salvifica di Dio. Dobbiamo credere di più nella forza della preghiera d'intercessione, soprattutto quando riteniamo che la soluzione dipenda da noi, dalla nostra buona volontà e dal nostro sforzo, riservando così alla preghiera un attributo analgesico o di polizza sulle possibili sventure della vita.
In profondità, quali veri adoratori del Padre in spirito e verità (cfr. Gv 4,24), la preghiera d'intercessione ci pone al confine tra la cosiddetta vita attiva e quella contemplativa, facendoci desiderare e la solitudine di chi sa allontanarsi dal turbinio del mondo per stare solo con Dio e il coinvolgerci attivamente nel poter recare qualche sollievo alle sofferenze dei nostri fratelli e sorelle.
È Gesù stesso che ci ha chiesto di pregare gli uni per gli altri, comandandoci l'amore fraterno e vicendevole come ha fatto lui (cfr. Gv 15,12), tanto che la preghiera d'intercessione possiamo definirla come una delle più grandi e importanti azioni di amore reciproco, poiché con ciò manifestiamo e immettiamo nel corpo della Chiesa e della società l'ossigeno della solidarietà e la forza della comunione con tutti i membri vivi e defunti dell'umana famiglia. Chi prega, infatti, non è mai solo, né prega solo per se stesso o per questa vita passeggera, ma si fa canale di misericordia attraverso cui continua a scorrere «senza sosta sulla terra il grande fiume della carità di Dio» (cfr. MV 25).
Se l'intercessione del Cristo morto e risorto è mistero centrale e perenne nella storia, pregare anche per i morti fortifica la certezza della comunione e ci unisce con quanti hanno terminato il loro pellegrinaggio terreno. Il Dio di Gesù Cristo al quale crediamo e che ha risuscitato il suo Figlio dalla morte, donandoci il suo stesso Spirito, è il Dio dei viventi (cfr. Lc 20,38), ma pregare per i defunti significa affermare la potenza del suo amore che non muore, certi che la comunione delle anime non è stata interrotta con la scomparsa terrena, ma si rinsalda quando ci uniamo nella preghiera al Padre per Cristo nello Spirito Santo. Ed ecco perché la preghiera per e con i defunti acquista tutto il suo valore specie quando partecipiamo alla santa messa in loro suffragio (da qui la buona consuetudine e opera di misericordia l'offrire per i defunti la celebrazione eucaristica a sette giorni dalla morte, a distanza di un mese e nella ricorrenza annuale del loro anniversario...), desiderando comunicarci al Corpo e al Sangue di Cristo, in virtù dei quali la vita di Dio si accresce in noi e nelle anime dei defunti per essere ancora più uniti dal e nel suo eterno Amore misericordioso.
(Giuseppe Militello, Con il cuore di Gesù, Paoline 2015, pp. 53-57)

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